Songye Nkutshu. Maestro di Lusambo. Nkisi di comunità.

 

 

 

 

Il fabbro è legato alla magia della terra e fuoco. La sua tecnologia sacra ribadisce l'agricoltura e l'arte militare ed a suo modo, è anche terapeuta. Lo scultore si attacca all'albero della vita e gli dà il volto di un antenato misteriosamente presente ed attivo. Il "nganga", il prete-indovino, ha una conoscenza esoterica delle energie del cosmo e le può utilizzare. Queste tradizioni erano conosciute grazie ai miti, alle leggende, all'antropologia. La profonda originalità della statuaria songye risiede nell'accumulazione di tanti segni minerali, vegetali, animali e umani. I contributi del fabbro, dello scultore e del "nganga", che provengono da una o più persone si uniscono nella statuaria songye per trasformarla in forze attive, efficaci e altamente formidabili. (Francois Neyt)

 

 

 

 

 

 

 


"Nkisi" di comunità. Cultura Songye Nkutshu.
Legno, corno, chiodi da tappezziere, perline, patina d'uso. Raccolta in Tshofa nel 1917. Probabilmente busto rimanente da statua distrutta nel tempo. Epoca presunta fine XIX-inizi XX secolo. Secondo Bernard De Grunne (mail 24.11.2022) l’opera è da ascriversi al maestro di Lusambo, riferendosi alla classificazione redatta nel volume di presentazione della mostra “Sacri Spiriti”, Napoli 29.10.2022-15.01.2023. Da "Sacri Spiriti", a cura di B.De Grunne - G.Pezzoli, pag.104-210. Dimensioni: h.cm.37.
Provenienza:

raccolta in situ 1917.
collezione privata, Belgio.
galleria Claes, Bruxelles (B).
Expertise:
Patric Didier Claes, Bruxelles (B), 2008.
Catalogazione AA 86/2008.

 

 

 

 

 

 

 

 

Estratto da “Sacri Spiriti”, 2022.
A cura di di B.De Grunne – G.Pezzoli.


Il maestro di Lusambo.
Le opere di questo scultore, operante nel nord-ovest del territorio songye, sulle rive del fiume Sankuru, sono certamente tra le più significative dell’arte di questo popolo. Di questo atelier Songye-Nkutshu sono qui illustrate due opere, con una terza forse più tardiva. Tra le caratteristiche salienti, va sottolineata una precisissima articolazione dei volumi, con la testa slanciata, le braccia libere dal corpo, il tronco con l’ombelico prominente e le gambe affusolate. La testa, di forma quasi sferica, presenta la bocca aperta con due file di denti scolpiti in bassorilievo. Ogni particolare, come nel caso delle mani e dei piedi, è reso con estrema cura. Degli otto mankishi attribuiti a questo maestro, sette hanno enormi chiodi globulari di rame o di ferro al posto degli occhi, e tutti hanno un lungo corno di antilope sulla testa.

(...)

Per le opere del maestro di Lusambo propongo di prendere come olotipo la statua della collezione McCarthy-Cooper. Di questa abbiamo anche il nome vernacolare, infatti secondo il diplomatico italiano che prima del 1930 la raccolse tra i Songye, questa statua era chiamata “nkosi”, termine che significa “leone” e che implicherebbe la forza associata a questo animale. (Bernard De Grunne)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Commento Patric Didier Claes, 2008.


Feticcio maschile, spalle quadrate, collo circondato da una collana di perle, viso espressivo con occhi ricoperti da antichi chiodi da tappezzeria, simboleggiante una maggiore vigilanza e attenzione agli eventi, scrutante le forze del giorno e della notte; la bocca prominente rispetto al piano delinea un sorriso all'apparenza benevolo mostrante i denti ed esprimente chiaramente una forma di aggressività; sul cranio, indossante un copricapo fatto di linee parallele, è piantato un corno, segno di forza e di potere mistico collegato a questa figura. Questo feticcio, rappresentante presumibilmente un antenato, aveva funzione di protezione di una piccola comunità e veniva tenuto in un santuario speciale, indi affidato a un guardiano che si riteneva possedere poteri di comunicazione alfine di tradurre la parola del feticcio.

 

 

 

 

 

 

 

 

Estratto da “Sacri Spiriti”, 2022.
A cura di di B.De Grunne – G.Pezzoli.


L'approccio al sacro presso i Songye.
François Neyt.

In Africa centrale esistono manifestazioni del sacro? E questo come si rapporta con il profano, nella vita di tutti i giorni? Nella Repubblica Democratica del Congo, i Songye sono noti per la loro magia e per il potere energetico delle loro statue ancestrali, che è talmente forte da rendere pericoloso trasportarle o toccarle, e per farlo si usano uno o due ganci di ferro.
Affascinanti e temibili, queste sculture sono abitate da una presenza attiva. Ma solamente avvicinandoci alla visione del mondo e ai rituali dei Songye possiamo cercare di capire se corrispondono o meno ai concetti giudaico-cristiani e occidentali del sacro, rappresentati in questa straordinaria Cappella Palatina.
Sono queste le domande con cui si apre la mostra, a testimonianza del fatto che in una parte della nostra coscienza alberga una forza simile, che ci trascende e che si rivela al tempo stesso sublime e spaventosa, ricca di incanto e assolutamente sconcertante. La cosmogonia africana e il linguaggio dei segni e dei colori si presentano come idiomi peculiari di una lingua totalmente simbolica, aperta al mistero dell'esistenza umana e del sacro.
1. Il sacro è presente nella natura e la permea.
Tra le pieghe del mondo in cui viviamo -presente, umano, superiore- ne esiste un altro, quello sotterraneo. Le acque contengono e circondano il pianeta. L'arcobaleno avvolge la terra per proteggerla dalle piogge malevole. Gli antenati, benevoli o meno, sono onnipresenti, sono attivi e garantiscono la continuità tra i due mondi. È quindi importante scoprirne i segnali.
Di notte, la luna, la via lattea e migliaia di stelle brillano nel cielo e invitano i Songye a scoprire questa terra promessa ancora abitata da tanti spiriti e forze spaventose. Il Sole, la Luna, la Stella, il Fuoco, il Vento, l'Acqua, l'Arcobaleno e la Terra sono gli otto figli del Dio creatore, “Efile Mukulu Mulungu”.
La cosmogonia dei Songye serve per interpretare i segni e per collegarli a quelli degli antenati. La disposizione delle stelle e della luna maschile o femminile annuncia il tempo della neomenia (novilunio), della semina, delle piogge e dei raccolti; la stagione delle piogge e quella secca sono rivelate dagli astri, dal vento, dalle nuvole. Gli indovini invocano la pioggia nella stagione secca ed eccola che cade e rende fertile la terra.
La madre Terra, fonte di ogni vitalità e collegata alla donna, appartiene agli antenati. Il responsabile del suolo ne è il garante ed esige da tutti ciò che è loro dovuto. Quando vengono intronizzati, i capi villaggio e i capi clan portano sulla testa un cappello fatto di materiale terroso, che simboleggia il loro potere e il loro dovere di vegliare sul suolo.
Gli abitanti sono chiamati a scoprire il sublime che è nella natura. La foresta e la savana possono essere abitate dall'immensità, a volte terrificante, a volte oscura. Kant scrive: “Le rocce che sporgono audaci in alto e quasi minacciose, le nuvole di temporale che si ammassano in cielo tra lampi e tuoni [...] la cataratta d'un gran fiume, riducono ad una piccolezza insignificante il nostro potere di resistenza, paragonato con la loro potenza”. Per questo i Kalebwe onorano e temono il fulmine.
L’essere umano è nato da un piccolo lemure carnivoro, un primate dal nome molto africano, il galago (galagone). Questo, con i suoi occhi sporgenti e di notte straordinariamente luminosi, ha sedotto la Stella cadente e dalla loro unione e nato il primo uomo. L'Arcobaleno, “Nkongolo”, scandisce il ritmo delle stagioni e alle sue estremità ha due ganci con i quali raccoglie le anime dei morti e le invia al Vento; da qui esse raggiungono il mondo celeste suddivise in base al comportamento che hanno avuto in vita.
Nell'immaginario umano gli animali hanno un ruolo importante. Grandi o piccoli, fanno parte della catena alimentare della creazione, hanno funzioni specifiche e l'essere umano è semplicemente una forza tra le tante che si accomuna alla loro. I felini occupano un posto speciale, tanto che i Kalebwe si distinguono in “ya Ngongo” (il leopardo) e “ya Ntambwe” (il leone). Anche le figure di potere scolpite hanno un nome e a loro si rende omaggio a ogni novilunio.
I Songye hanno una memoria prodigiosa, profondamente collegata ai segni della natura. Un adolescente può arrivare a distinguere circa duecento piante, a conoscerne l'uso e le proprietà curative, di vita o di morte. Lo scultore sa identificare una quarantina di alberi diversi e sa distinguere tra quelli velenosi e quelli che potrebbero essere utilizzati per la stregoneria.
L'indovino-guaritore è in grado di identificare e di dialogare con le energie profonde della creazione, di offrire loro un sacrificio e di orientarsi verso la guarigione e la vita, vedendo ciò che non si vede. Sa afferrare i serpenti e controllarne il veleno. Le associazioni di cacciatori hanno proprie tradizioni specifiche e il suono dei loro fischietti invoca anche la protezione degli antenati.
Il lavoro della fucina è un’attività segreta legata alla madre Terra, al cosmo, alla magia, al potere. Affine a un atto creativo per via dei simboli femminili (seno e matrice) e maschili (mantice), la fucina trasforma il metallo fuso, rosso, in attrezzi agricoli o in armi da combattimento. La trasformazione dei metalli mediante il fuoco è un atto sacro legato a diversi rituali che conferiscono al fabbro uno status autorevole dotato di poteri mistici.
Gli adolescenti accedono collettivamente al mistero dei segni esoterici rivelati solo agli iniziati. Colui che ha superato le due grandi iniziazioni -quella della terra bianca e quella della polvere rossa- può a sua volta vestirsi con questi colori, come mostrano le maschere e le statue.
Ciò che percepiamo attraverso i sensi non corrisponde alla totalità del reale. Nella foresta gli alberi parlano e sono connessi tra loro, gli uccelli cantano, tutti gli esseri comunicano usando linguaggi che non conosciamo. Così, il sacro presente nella natura rientra in una continuità con il “profano” -letteralmente ciò che è “pro fanum”, di fronte al tempio- e non ne è separato. Tra i Kongo, “Fu-Kiau” esprime la medesima visione: “L'uomo è obbligato a cercare tutto ciò che è nascosto nelle cose e nella creazione, a pensare, a scavare, a scrutare... Dobbiamo interrogare anche gli animali, i rettili e tutte le piante che ci circondano. Lo stesso vale per i fiumi, le pietre, le montagne, i mari, che sono più antichi dell'uomo". Tutto è al tempo stesso profano e sacro.
2. Il sacro è presente nei ritmi sacrificali, nei rituali, nei colori, nella musica e nei canti.
Sono gli astri celesti a scandire le celebrazioni cultuali che includono soprattutto il Sole e la Luna, ma anche il colore bianco e il rosso, dai significati senza dubbio profondamente sacri. Due esempi saranno sufficienti: le feste per la luna nuova (neomenie) e quelle per le iniziazioni.
Dopo tre notti di oscurità, la luna nuova illumina il villaggio rinnovando così il ciclo della vita e della fertilità. Un dipinto di Fernand Allard l'Olivier intitolato “Katompe”, realizzato nel 1933 tra i Luba, a una trentina di chilometri dal territorio dei Songye, ritrae alcuni danzatori “bifwebe” con il bastone in mano e dei musicisti rivolti verso un suonatore di tamburo mentre scatenano il loro entusiasmo durante le celebrazioni; nel frattempo, un “nganga”, un sacerdote-indovino con la testa coronata di piume rosse e le braccia allungate in avanti, celebra un rituale. I danzatori Luba potevano partecipare alle cerimonie anche insieme ai membri “bifwebe songye”, soprattutto nella “chefferie Kiloshi” tra i Songye orientali. Nel corso di queste celebrazioni, le grandi sculture appartenenti a gruppi, clan o villaggi, venivano asperse di olio in modo da poter recuperare energia vitale e vegliare sul villaggio; a loro potevano essere affiancate delle piccole sculture familiari. Una radiosità cosmica abitava tutti gli esseri e le cose, e il ritmo della musica risuonava fino all'alba.
Ogni mattina il sole di colore bianco, “mpemba”, sorge dal mondo sotterraneo e vi ridiscende ogni sera. Nel suo percorso circolare, il sole passa attraverso quattro importanti posizioni rituali: l'alba in questo mondo e il tramonto nell'altro; mezzogiorno in questo mondo, mezzanotte nell'altro. Queste quattro posizioni definiscono l'asse verticale dell'universo e stabiliscono il ritmo del tempo, come la settimana di quattro giorni e il ciclo rituale delle prescrizioni. Il ciclo del sole simboleggia per analogia quello della vita umana: dalla nascita alla maturità, dalla vecchiaia alla morte.
L'individuo è anche legato a quattro angoli nel sistema di parentela e al simbolismo della triade dei colori (bianco, rosso e nero), spesso indipendenti dalle altre classificazioni. Si tratta di uno dei simboli più sottili e complessi tra i Kongo. Tra le istituzioni songye, scrive Alan Merriam, il culto degli antenati ha un ruolo rilevante e il rapporto tra i vivi e i morti è solitamente sul piano individuale e familiare. Due sono i tipi di culto dominanti e profondamente radicati nel tessuto sociale: il “bukishi” tra gli Eki e le maschere “bifwebe” tra i Kalebwe. Si susseguono due iniziazioni, la bianca e la rossa.
Il colore bianco, “mpemba”, derivante dall'argilla bianca dei fiumi, è associato al mondo sotterraneo ed è più o meno legato ad antenati benevoli o a una forza spirituale. Il caolino bianco e lo spazio riservato all'iniziazione sono, scrive Viviane Baeke, i simboli delI’eterno universo cosmico in cui si muovono il demiurgo creatore, “Efile Mukulu”, e i suoi figli. Il rosso è l'emblema del mondo umano e mortale. Alla morte, la persona può essere ricoperta con i due colori sovrapposti in modo che “la luna maschile, “Sende Kapenga”, possa riconoscerlo come un uomo suo”.
L'essere umano è circondato dalle energie della natura che può percepire ma non comprendere. Lui stesso ne è parte integrante, non è superiore come pensiamo noi occidentali. Tutto è connesso e dinamico. Il concetto di bellezza è soprattutto funzionale e nella loro lingua la parola bellezza non esiste.
3. Il sacro è presente sul volto dell'uomo.
L'individuo è un microcosmo dell'universo. I fluidi corporei, come il sangue, il latte materno e lo sperma, partecipano a quello che i Kongo chiamano “Kalunga”, l’infinito, e sono considerati sacri. L'individuo è sempre legato alla sua stirpe, che sia benevola o meno. Anche presso i Songye è lo stesso. La persona vivente è corpo, “mbidi”, spirito, “kikudi”, ombra, “mweshieshie” coscienza, “mushima”. L’ombra e una realtà misteriosa che non si può calpestare. Alla morte, lo spirito “kikudi” lascia il corpo e può reincarnarsi in un bambino.
Lo spirito e il respiro del morto entrano nel nascituro e gli conferiscono alcune delle sue caratteristiche fisiologiche e caratteriali. Queste forze energetiche si ritireranno poi nel corso dell'infanzia e dell'adolescenza. È straordinario anche il riferimento a quella che possiamo chiamare la cosmogonia songye, insegnata durante le iniziazioni: la visione dell'essere umano è sempre collettiva, e l'individuo muore se viene rifiutato dal suo stesso popolo o se un incantesimo lo esclude definitivamente.
4. Il sacro è presente negli eventi legati alI'oggetto-icona capovolto.
Gli antichi facevano scolpire statue antropomorfe, abitate da numerosi segni energetici provenienti dalla terra, dalle piante, dagli animali e dagli esseri umani. Si trattava di metafore o di metonimie, protettrici o aggressive, in grado di difendere persino i sovrani e i re contro le forze del male. Tra i Kalebwe e i Tshofwe le statue vengono collocate intorno alla casa del capo, l'”ehata”. Queste figure collettive assicurano la fertilità dei campi e proteggono dai furti. Vengono asperse di olio ed esposte nel corso dei rituali che accompagnano il novilunio; in queste occasioni le statue familiari o personali vengono poste sotto i raggi lunari e ne ricevono nuova energia.
Conclusioni.
Nella vita tradizionale dei Songye, il sacro è, in essenza, una relazione che, nell'ambito di una dinamica circolare e onnicomprensiva, collega il visibile e l'invisibile, i vivi e i defunti. Come abbiamo visto, questa relazione non riguarda soltanto gli esseri umani, ma anche il mondo animale, vegetale e minerale.
Durante le iniziazioni e le cerimonie rituali, le azioni e le parole sono la traduzione di quanto |'individuo songye ha compreso di questa relazione costitutiva. Il sacro è fondamentalmente uno slancio spirituale che rivela una propria identità. Alla morte, la persona vestita di rosso e di bianco attraversa l'arcobaleno mistico ed entra in comunione con gli antenati e con l'universo intero, collegando le energie della creazione, al di là di ogni conformismo spirituale, per raggiungere una forma di unità ontologica dinamica e relazionale in cui tutto è in tutto.