Luj 2015. Elogio della disobbedienza.
Tutte le istituzioni, per prima la famiglia,
insegnano ai bambini il valore dell’obbedienza.
Antigone insegna quello della disobbedienza.
L’obbedienza porta un premio,
la disobbedienza un castigo.
Richiede coraggio, spirito di sacrificio, idealismo.
Ma è la disobbedienza lo strappo che consente alla storia
di avanzare sul solco della giustizia
e non in quello della volontà di un qualunque governante.
Gabriele Romagnoli
Il non osservare obbedienza dal proprio bambino significa semplicemente assistere all’esercizio del suo diritto alla libertà. Anche da adulti ci si conforma obtorto collo alle regole sociali, ma la comprensione della loro utilità tempera i disagi e insegna ad apprezzarle. Da bambini, prima che queste regole vengano comprese nel loro vero significato e nella loro utilità, ogni limitazione porta inevitabilmente a uno scompenso: capire questa semplice notazione può essere utile per comprendere la ragione della disobbedienza.
Credo che molti genitori non diano il giusto valore alla ribellione e al non allineamento. Un bambino troppo conforme e troppo pronto è probabilmente gradevole da mostrare in giro ma non è molto differente da un essere ammaestrato. Si può giungere senz’altro a questo risultato ma il prezzo è l’ottenimento di un individuo senza una propria personalità che non sa esprimere se stesso se non all’ombra di qualcuno che si incarichi di dettare regole e fornire direttive. La fantasia, l’autogestione, la capacità di agire in proprio ne potrebbero scapitare nella vita da adulto. (Stefano Tasca, 2005)
Negli insegnamenti che ti impartirò,
io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili,
alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istitutivo.
Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti
a non temere la sacralità e i sentimenti,
di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini
trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci.
PierPaolo Pasolini
Ma cosa significa esattamente disobbedire? Significa paradossalmente obbedire, ma alla propria ragione o convinzione, in quanto atto di affermazione anziché di sottomissione. Questo atto di affermazione e ciò che chiamiamo, riferito a una persona, autodeterminazione o “libertà”. La sottomissione e il conformismo sono invece vie di fuga dalla libertà. Imboccare queste vie significa sviluppare una personalità autoritaria alla ricerca di un “protettore magico” (Dio, principio, genitore, marito, superiore). Ciò avviene quando noi obbediamo alla coscienza autoritaria, “cioè la voce interiorizzata di un’autorità che siamo bramosi di ingraziarci e alla quale temiamo di dispiacere”.
Ma perché siamo così inclini a obbedire e così poco a disobbedire? Perché l’obbedienza al potere dello Stato, della chiesa, dell’opinione pubblica crea sicurezza. Diventando tramite l’obbedienza parte del potere, ne assumiamo in parte la sua forza.
Per disobbedire occorre coraggio, bisogna liberarsi dalla paura della libertà, il che pero e tanto più difficile in quanto per mantenere i propri privilegi il potere sostituisce alla mera forza la persuasione di modo che l’essere umano non deve, ma vuole obbedire.
A questo “super-io” autoritario si affianca sempre più la dipendenza dal consumo che a sua volta approfondisce il vuoto interiore da colmare con sottomissione e conformismo con la competitività quale ulteriore corollario. La capacità di pensare criticamente può essere paralizzata anche nell’applicazione di metodi di istruzione progressisti laddove si inculca al giovane un empio rispetto per il conformismo.
Il pensiero deve essere invece, con le parole di Bertrand Russell, “sovversivo e rivoluzionario, implacabile nei confronti del privilegio, delle istituzioni ufficiali, delle comode abitudini, anarchico e senza legge, indifferente all’autorità… “ (Principi di riforma sociale, 1970). Di fronte al conformismo e alla sottomissione resi sistema nel quadro di un’organizzazione sociale burocratica in cui il consenso dei cittadini è catturato con i mezzi della suggestione e della manipolazione, ecco la disobbedienza configurarsi come una splendida virtù per una completa realizzazione dell’individuo nella sua pienezza e nel reciproco arricchimento in seno alla società. (Peter Schrembs, 2013)
Poco prima di morire(1980), Erich Fromm ha raccolto alcuni saggi che costituiscono un testamento spirituale, la summa della meditazione di una vita. Il leitmotiv è la "disobbedienza", da intendersi come rifiuto della disumanizzazione in atto nelle società, capitalistiche e non, tecnologicamente avanzate. Il loro prodotto è l'"Homo Consumens", realizzato in Occidente e in via di rapida formazione all'Est: l'individuo senza volto, eterno lattante dedito al consumo e al possesso, solitario, annoiato, ansioso. Dalla raccolta ho estratto integralmente il saggio “La disobbedienza come problema psicologico e morale”, redatto nel 1963, e alcuni brani dal saggio “Profeti e sacerdoti”, redatto nel 1967.
Per secoli re, sacerdoti, signori feudali, magnati dell'industria e genitori hanno proclamato che l'obbedienza è una virtù e che la disobbedienza è un vizio. Quale premessa a un altro punto di vista, ci sia lecito contrapporre a questo atteggiamento la seguente proposizione: la storia dell'uomo è cominciata con un atto di disobbedienza, ed è tutt'altro che improbabile che si concluda con un atto di obbedienza.
Secondo i miti giudaici ed ellenici, la storia dell'uomo è stata inaugurata da un atto di disobbedienza. Adamo ed Eva, che abitavano nel paradiso terrestre, erano parte integrante della natura; vivevano con essa in armonia, e tuttavia la trascendevano. Stavano dentro la natura così come il feto sta dentro l'utero della madre. Erano umani, e in pari tempo non lo erano ancora. Tale condizione mutò allorché essi disobbedirono a un ordine. Spezzando i legami con la terra e la madre, tagliando il cordone ombelicale, l'uomo è uscito da una condizione di armonia preumana ed è stato in grado di compiere il primo passo verso l'indipendenza e la libertà. L'atto di disobbedienza ha sciolto Adamo ed Eva dalle pastoie e ha aperto loro gli occhi. Essi si sono riconosciuti estranei l'uno all'altra, ed estraneo e anzi ostile è apparso loro il mondo esterno. Il loro atto di disobbedienza ha scisso il legame originario con la natura e li ha resi individui. Il "peccato originale", lungi dal corrompere l'uomo, lo ha anzi reso libero; è stato esso l'inizio della storia. L'uomo ha dovuto abbandonare il paradiso terrestre per imparare a dipendere dalle proprie forze e diventare pienamente umano.
Con il loro messianismo, i profeti hanno fornito la conferma all'idea che l'uomo aveva il diritto di disobbedire e che, lungi dall'essere stato corrotto dal suo "peccato", commettendolo si è affrancato dai legami dell'armonia preumana. Per i profeti, la storia è il luogo in cui l'uomo diventa umano; nel corso del divenire storico, l'uomo sviluppa le proprie facoltà razionali e la capacità di amare, fino a creare una nuova armonia tra se stesso, i suoi simili e la natura. Questa nuova armonia è designata dai profeti con il nome di "fine dei tempi", intendendo con questo l'era storica in cui ci sarà pace tra uomo e uomo e tra uomo e natura. Si tratta di un "nuovo" paradiso creato dall'uomo stesso, e che l'uomo soltanto può creare perché è stato costretto ad abbandonare l'"antico" paradiso in seguito alla sua disobbedienza.
Esattamente come il mito giudaico di Adamo ed Eva, quello ellenico di Prometeo concepisce la civiltà umana basata tutta quanta su un atto di disobbedienza. Rubando il fuoco agli dei, Prometeo pone le fondamenta dell'evoluzione umana. Non ci sarebbe storia umana senza il "delitto" di Prometeo. Il quale, al pari di Adamo ed Eva, è punito per la sua disobbedienza; ma Prometeo non si pente, non chiede perdono. Al contrario afferma orgogliosamente di preferire "essere incatenato a questa roccia che non il servo obbediente degli dei".
L'uomo ha continuato a evolversi mediante atti di disobbedienza. Non soltanto il suo sviluppo spirituale è stato reso possibile dal fatto che nostri simili hanno osato dire "no" ai poteri in atto in nome della propria coscienza o della propria fede, ma anche il suo sviluppo intellettuale è dipeso dalla capacità di disobbedire: disobbedire alle autorità che tentassero di reprimere nuove idee e all'autorità di credenze sussistenti da lungo tempo, e secondo le quali ogni cambiamento era privo di senso.
Se la capacità di disobbedire ha segnato l'inizio della storia umana, come ho già detto può darsi benissimo che l'obbedienza ne provochi la fine. E non sto parlando in termini simbolici o metaforici. Sussiste la possibilità, e anzi la probabilità, che la razza umana distrugga la civiltà e addirittura ogni forma di vita sulla terra già nei prossimi cinque o dieci anni. È un evento dei tutto privo di razionalità e di senso, e tuttavia è un fatto che, mentre sotto il profilo tecnico viviamo nell'era atomica, la maggioranza degli esseri umani, compresi i detentori dei potere, vivono ancora, a livello emozionale, nell'età della pietra; e che, mentre la nostra matematica, la nostra astronomia, le nostre scienze naturali appartengono al XX secolo, gran parte delle nostre concezioni della politica, dello Stato, della società, sono ancora arretratissime rispetto all'era della scienza. Se l'umanità si suiciderà, sarà perché si obbedirà a coloro che ordineranno di premere i fatali bottoni; perché si obbedirà alle arcaiche passioni della paura, dell'odio, della brama di possesso; perché si obbedirà agli obsoleti cliché della sovranità statale e dell'onore nazionale. I leader sovietici fanno un gran parlare di rivoluzione, e noi nel "mondo libero" di libertà. Ma sia essi che noi scoraggiamo la disobbedienza: nell'Unione Sovietica, esplicitamente e con il ricorso alla forza, nel mondo libero implicitamente e con i sottili metodi della persuasione.
Non voglio dire, con questo, che ogni disobbedienza è una virtù e ogni obbedienza un vizio. Far propria un'opinione del genere significherebbe ignorare il rapporto dialettico che intercorre tra obbedienza e disobbedienza. Qualora i principi ai quali si obbedisce e quelli ai quali si disobbedisce siano inconciliabili, un atto di obbedienza a un principio costituirà di necessità un atto di disobbedienza al suo opposto, e viceversa. Antigone costituisce l'esempio classico di questa dicotomia. Obbedendo alle inumane leggi dello Stato, Antigone per forza di cose disobbedirebbe alle leggi dell'umanità; obbedendo a queste, non può non disobbedire a quelle. Tutti i martiri delle fedi religiose, della libertà e della scienza hanno dovuto disobbedire a coloro che volevano imbavagliarli, se volevano obbedire alla propria coscienza, alle leggi dell'umanità e della ragione. L'essere umano capace solo di obbedire, e non di disobbedire, è uno schiavo; chi sa soltanto disobbedire, e non obbedire, è un ribelle (non un rivoluzionario): costui agisce mosso da collera, da delusione, da risentimento, non già in nome di una convinzione o di un principio.
Allo scopo di evitare equivoci terminologici, va però fatta una precisazione di grande importanza. L'obbedienza nei confronti di una persona, istituzione o potere (obbedienza eteronoma) equivale a sottomissione; essa implica l'abdicazione alla propria autonomia e l'accettazione di una volontà o di un giudizio esterno in sostituzione dei propri. L'obbedienza alla propria ragione o convinzione (obbedienza autonoma) è invece un atto di affermazione, non di sottomissione. La mia convinzione e il mio giudizio, se sono autenticamente miei, sono parte integrante di me stesso. Se li seguo anziché far mio il giudizio di altri, sono e resto me stesso; ne consegue che la parola obbedire può essere usata in questo caso soltanto in senso metaforico e con un significato che è fondamentalmente diverso da quello dell'"obbedienza eteronoma".
Ma questa differenziazione richiede a sua volta due ulteriori precisazioni, una per quanto attiene al concetto di coscienza, l'altra per quanto attiene al concetto di autorità. Il termine coscienza è impiegato per designare due fenomeni diversissimi l'uno dall'altro. Uno è la "coscienza autoritaria", cioè la voce interiorizzata di un'autorità che siamo bramosi di ingraziarci e alla quale temiamo di dispiacere. È con questa coscienza autoritaria che gran parte delle persone sono alle prese quando obbediscono alla "propria" coscienza. Ed è anche quella di cui parla Freud, e che vien detta "Super-io". Il Super-io rappresenta gli ordini e i divieti interiorizzati del padre, accettati dal figlio per paura. Ben diversa dalla coscienza autoritaria è la "coscienza umanistica", che è la voce presente in ogni essere umano, indipendente da sanzioni e ricompense esteriori. La "coscienza umanistica" si fonda sul fatto che, in quanto esseri umani, noi abbiamo una cognizione intuitiva di ciò che è umano e di ciò che è inumano, di ciò che favorisce la vita e di ciò che la distrugge. Questa coscienza è indispensabile al nostro funzionamento di esseri umani; è la voce che ci richiama a noi stessi, alla nostra umanità.
La "coscienza autoritaria" (Super-io) è pur sempre obbedienza a un potere a me estraneo, anche qualora tale potere sia stato interiorizzato. A livello conscio, io ritengo di seguire la mia coscienza, mentre in effetti ho "inghiottito" i principi dei potere; e proprio a causa dell'illusione che coscienza umanistica e Super-io siano identici, accade che l'autorità interiorizzata sia tanto più efficace dell'autorità che è chiaramente sperimentata come parte di me stesso. L'obbedienza alla "coscienza autoritaria", al pari di ogni obbedienza alle idee e al potere esterni, tende a indebolire la "coscienza umanistica", vale a dire la capacità di essere e di giudicare se stessa.
Tuttavia, l'affermazione che l'obbedienza a un'altra persona è ipso facto sottomissione, va a sua volta specificata, distinguendo autorità "irrazionale" da autorità "razionale". Un esempio di autorità razionale è dato dal rapporto tra allievo e insegnante; un esempio di autorità irrazionale, dal rapporto tra schiavo e padrone. Entrambi i rapporti si fondano sull'accettazione dell'autorità di chi comanda. Ma sotto il profilo dinamico, essi sono di natura diversa. Almeno idealmente, gli interessi dell'insegnante e dell'allievo vanno nella stessa direzione. Il primo è soddisfatto se riesce a far avanzare l'allievo; se non ci riesce, il fallimento è suo oltre che dell'allievo. Il padrone di schiavi, al contrario, vuole sfruttare al massimo lo schiavo; più ne ricava, e più è soddisfatto. Dal canto suo, lo schiavo mira a difendere nel miglior modo possibile la sua aspirazione a un minimo di felicità. Gli interessi dello schiavo e del padrone sono antagonistici perché ciò che è vantaggioso per l'uno va a detrimento dell'altro. La superiorità reciproca ha, nei due casi in esame, una funzione differente; nel primo è la condizione dell'avanzamento della persona assoggettata all'autorità; nel secondo è la condizione del suo sfruttamento.
Parallela a questa, si delinea una seconda distinzione: l'autorità razionale è tale perché l'autorità, sia essa detenuta da un insegnante o dal comandante di una nave che impartisca ordini in una situazione di emergenza, agisce in nome della ragione la quale, essendo universale, può essere accettata senza che si abbia sottomissione. L'autorità irrazionale deve far ricorso alla forza o alla suggestione, perché nessuno si lascerebbe sfruttare se fosse libero di impedirlo.
Perché l'uomo è tanto proclive all'obbedienza e perché gli riesce tanto difficile disobbedire? Finché obbedisco al potere dello Stato, della Chiesa, dell'opinione pubblica, mi sento al sicuro e protetto. In effetti, poco importa a quale potere obbedisco, trattandosi sempre di un'istituzione o di esseri umani che fanno ricorso alla forza in una qualche forma e che fraudolentemente si proclamano onniscienti e onnipotenti. La mia obbedienza fa di me una parte del potere al quale mi inchino reverente, e pertanto io mi sento forte. Non posso commettere errori dal momento che è esso a decidere per me; non posso essere solo, perché il potere vigila su di me; non posso incorrere in peccato, perché il potere non me lo permette, e anche se peccato commettessi, la punizione non è che il mezzo per far ritorno all'illimitato potere.
Per disobbedire, bisogna avere il coraggio di essere solo, di errare e di peccare. Ma il coraggio non basta. La capacità dei coraggio dipende dal grado di sviluppo di una persona. Soltanto chi si sia sottratto al grembo materno e agli ordini dei padre, soltanto chi si sia costituito come individuo completamente sviluppato, e abbia così acquisito la capacità di pensare e di sentire autonomamente, può avere il coraggio di dire "no" al potere, di disobbedire.
Una persona può diventare libera mediante atti di disobbedienza, imparando a dire "no" al potere. Ma, se la capacità di disobbedire costituisce la condizione della libertà, d'altro canto la libertà rappresenta la capacità di disobbedire. Se ho paura della libertà, non posso osare di dire "no", non posso avere il coraggio di essere disobbediente. In effetti, la libertà e la capacità di disobbedire sono inseparabili, e ne consegue che ogni sistema sociale, politico e religioso che proclami la libertà, ma che bandisca la disobbedienza, non può dire la verità.
C'è un altro motivo per cui è tanto difficile osare disobbedire, opporre un "no" al potere. Durante gran parte della storia umana, l'obbedienza è stata equiparata a virtù e la disobbedienza a peccato, e ciò per una semplicissima ragione: così facendo, durante gran parte della storia una minoranza ha dominato la maggioranza. Il dominio in questione era reso necessario dal fatto che solo per pochi le buone cose della vita erano bastanti, e ai molti restava no unicamente le briciole. Se i primi volevano godersi le buone cose e inoltre avere al proprio servizio i molti, facendoli lavorare a proprio beneficio, una condizione era imprescindibile: i molti dovevano imparare l'obbedienza. Certo, questa può essere imposta mediante la mera forza, ma si tratta di un metodo che presenta molti svantaggi, in quanto comporta la costante minaccia che prima o poi i molti trovino la maniera di rovesciare i pochi con la forza. Inoltre, ci sono attività di vario genere che non possono essere eseguite a dovere se dietro l'obbedienza non c'è che paura. Sicché, l'obbedienza radicata unicamente nel timore della forza deve essere trasformata in un'obbedienza che abbia radici nel cuore. L'essere umano deve voler obbedire, e anzi sentire la necessità di farlo, invece di avere soltanto paura di disobbedire. Perché questo sia possibile, il potere deve assumere le qualità della Bontà Assoluta, della Sapienza Assoluta; deve diventare Onnisciente.
E se questo si verifica, il potere può proclamare che la disobbedienza è peccato e l'obbedienza virtù; e una volta che l'abbia fatto, i molti possono accettare l'obbedienza perché è un bene, e detestare la disobbedienza perché è un male, anziché odiare se stessi per il fatto di essere vigliacchi. Da Lutero fino al XIX secolo, ci sì è trovati alle prese con autorità dichiarate, esplicite. Lutero, il papa, i principi desideravano mantenere il potere, la classe media, i lavoratori, i filosofi, miravano ad abbatterlo. La lotta contro l'autorità in seno allo Stato e alla famiglia costituiva sovente la base stessa dello sviluppo di una personalità indipendente e audace, trattandosi di una lotta che era inseparabile dall'atteggiamento intellettuale che caratterizzava i filosofi dell'Illuminismo e gli scienziati. Tale "atteggiamento critico" aveva a fondamento la fede nella ragione, ma era anche, in pari tempo, un atteggiamento di dubbio nei confronti di tutto ciò che veniva detto o pensato, in quanto basato sulla tradizione, sulla superstizione, sulla costumanza, sul potere. I principi del "sapere aude"(abbi il coraggio di conoscere) e "de omnibus est dubitandum"(ogni cosa deve essere posta in dubbio) erano caratteristici del modo di essere che permetteva e favoriva la capacità di dire "no".
Il caso di Adolf Eichmann è simbolico della nostra situazione, e ha un significato che trascende di gran lunga quello di cui si sono occupati i rappresentanti dell'accusa al tribunale di Gerusalemme. Eichmann è un simbolo dell'individuo inserito in un'organizzazione, del burocrate alienato agli occhi del quale uomini, donne e bambini sono divenuti numeri. È un simbolo di tutti noi: in Eichmann possiamo vederci riflessi. Ma la cosa più spaventosa in lui fu che, una volta chiarita l'intera vicenda alla luce delle sue stesse ammissioni, in perfetta buona fede Eichmann ha potuto proclamarsi innocente, ed è evidente che, se si ritrovasse nella stessa situazione, lo rifarebbe. E lo stesso faremmo noi: lo stesso facciamo noi. L'uomo inserito in un'organizzazione ha perduto la capacità di disobbedire, non è neppure consapevole dei fatto che obbedisce. Nell'attuale fase storica, la capacità di dubitare, di criticare e di disobbedire può essere tutto ciò che si interpone tra un futuro per l'umanità e la fine della civiltà. (Erich Fromm, 1963)>br>
Tra le idee che Bertrand Russell ha incarnato, forse la prima che meriti di essere menzionata, è quella del diritto-dovere dell'uomo alla disobbedienza. Non intendo con questo riferirmi alla disobbedienza del "ribelle senza causa", il quale disobbedisce perché non ha nulla per cui impegnarsi, se non il fatto di dire "no". È questo un tipo di disobbedienza che è altrettanto cieca e impotente del suo contrario, l'obbedienza conformistica che è incapace di dire "no". Intendo riferirmi invece all'uomo che è in grado di dire "no" perché è capace di affermazioni, che è in grado di disobbedire perché sa obbedire alla propria coscienza e ai principi che ha abbracciato; mi riferisco insomma al rivoluzionario, non al ribelle.
(…)
Il XX è il secolo delle burocrazie gerarchicamente organizzate nei governi, nelle attività economiche, nelle organizzazioni sindacali. E queste burocrazie amministrano come se uomini e cose fossero tutt'uno; esse seguono certi principi, soprattutto quello economico del rispetto dei bilanci, della quantificazione, della massima efficienza e del profitto, e funzionano esattamente come farebbe un calcolatore elettronico programmato in base a codesti principi. L'individuo diviene un numero, si trasforma in cosa. Ma proprio perché non si ha a che fare con un'autorità manifesta, proprio perché non è "obbligato" a obbedire, l'individuo coltiva l'illusione di agire volontariamente, di seguire soltanto l'autorità "razionale".
E chi potrebbe disobbedire a ciò che è "ragionevole"? Lo stesso accade in seno alla famiglia e alle istituzioni didattiche. La corruzione delle teorie di istruzione progressista ha dato vita a un metodo tale per cui al ragazzo non vien detto che fare, non gli vengono impartiti ordini, non lo si punisce per non averli eseguiti. Il ragazzo non fa che "esprimersi"; ma, fin dal primo giorno di vita, gli si inculca un empio rispetto per il conformismo, la paura di essere "diverso", il timore di restare isolato dal resto del gregge. (Erich Fromm, 1967)
Esiste, anche civicamente, un valore della disobbedienza.
Del coraggio di allontanarsi dalla folla che grida lo stesso nome.
L’azzardo della solitudine, dell’andare controcorrente
per provare a fare qualcosa di nuovo.
Perché la disobbedienza, in fondo, è un atto creativo e, insieme,
un atto progettuale gettando in avanti, nel futuro, un’altra possibile idea di mondo.
Mimosa Ravasio
Sulla disobbedienza incivile.
Il senso dei valori è stato stravolto, e questi valori stravolti si tramandano di generazione in generazione, si insegnano e si imparano ovunque, in famiglia, all'asilo, a scuola, in chiesa, in caserma, nei modelli mediatici, nella struttura sociale e nei rapporti che conseguentemente la definiscono. Questi valori costituiscono la morale comune, il codice convenzionale attraverso il quale si riesce a modificare il comportamento dei singoli e dei gruppi sociali. E' cultura, meglio dire un tipo preciso di cultura, è colonizzazione, un tipo preciso di innesto. Intendiamoci, quando una società è sana, dinamica, i valori cambiano seguendo il cambiamento e le istanze degli strati popolari, mentre invece in questa società malata e statica non soltanto certi valori sembrano aver ricevuto un mandato assoluto, ma vengono determinati dai piani alti e costruiti in modo tale che gli strati più bassi li perpetuino ad libitum. Anche per questo è Status.
Cosa ne è del naturale valore della disobbedienza? La cultura che ci è stata imposta lo ha fatto diventare un disvalore, un peccato da espiare, un'azione riprovevole, socialmente condannabile, punibile. I bambini sono costretti a imparare questo disvalore molto presto. Il giusto compito di ogni bambino e bambina -vanto e sfoggio di ogni adulto padrone adattato- oltre a quello di eseguire gli ordini senza discutere e contro la sua volontà, dev'essere quello di imparare ad amare il concetto di obbedienza, di farlo amare a sua volta, di difenderlo. Da adulti, questi bambini, siano essi divenuti genitori tradizionali o maestri tradizionali o qualsiasi altro genere di caporale, ripeteranno ai piccoli che disobbedire non è educato, non è civile, non sta bene, e che bisogna imparare a rispettare i più grandi (che nella cultura autoritaria vuol dire sostanzialmente chinarsi benevolmente di fronte alle autorità e ai più ricchi, e servirli). Quindi disobbedire, nella nostra cultura, non è educato, non è civile. Educazione e civiltà: altri due concetti stravolti in funzione della morale autoritaria che modella la coscienza di ognuno e i comportamenti della massa.
Credo sia necessario mettere in discussione ogni cosa, ogni parola, ogni concetto appreso automaticamente, dogmaticamente, ma secondo me quest'operazione di smembramento della cultura acquisita non si può fare se prima non ci predisponiamo a farlo, ci aiuterebbe molto a cambiarci dentro, quindi a cambiare veramente il mondo riportandolo alle sue inclinazioni naturali. Io però vedo che la società inneggia alla cultura, la vuole. Direi benissimo, ma di quale cultura si ha realmente bisogno? Quella della scuola tradizionale? Quella delle librerie sul corso dove Joel Spring e Rudolf Rocker -due nomi a caso- non sono neanche in catalogo? Quella obbligatoria ma 'gentilmente offerta' dagli strumenti mediatici del potere? O si ha più bisogno di una sana e fiera controcultura demistificatrice? E' questione di decidere, di scegliere, oltre che di specificare il tipo di cultura. Dire semplicemente 'viva la cultura' o 'viva i libri' secondo me non ha senso, è bello da ascoltare o dire, ma lo trovo alquanto retorico, incompleto.
Nelle scuole si parla di Gandhi, ma in che termini? A quale scopo? Credo che venga preso in considerazione solo per veicolare il concetto di resistenza passiva, occultando al contempo la pratica della disobbedienza civile, senza la quale qualsiasi resistenza passiva diventa mera pratica masochista. Per fare un esempio di disobbedienza civile, il filosofo Henri David Thoreau, che sul tema scrisse un libro, raccontò in prima persona alcuni episodi a lui accaduti, uno dei quali fu l'atto volontario di non pagare una tassa perché ritenuta ingiusta e poi, senza opporre alcuna resistenza fisica, porse i suoi polsi al poliziotto e alla galera. '...Per sei anni non ho pagato la poll-tax. Una volta per questo fui imprigionato, per una notte; e mentre stavo lì ad esaminare i muri di pietra massiccia, spessi due o tre piedi, la porta di legno e ferro spessa un piede e le grate di ferro dalle quali filtrava la luce, non potevo fare a meno di essere colpito dalla stupidità di quell'istituzione...'
Anni dopo, lo stesso Gandhi, di fronte ai divieti assoluti imposti dagli inglesi sulla produzione e la compravendita di sale, non esitò un momento a disobbedire, a riprendersi quel pugno di sale -dono della natura e del lavoro del popolo- a sovvertire quindi la legge davanti alle stesse autorità e, cosa più importante, davanti al popolo. Si racconti questo nelle scuole, che non sia qualche eccezione, o di quando sempre Gandhi esortò la gente a non pagare le tasse. Ma questo in una scuola non si può dire, perché il non pagare le tasse non è 'azione civile', non è 'educazione'. Per la scuola, il beneducato, la persona per bene, è l'obbediente, meglio se è anche orgoglioso di esserlo.
Obbedire invece a se stessi, alle proprie necessità, è un'eresia. Ormai sembra persino che le parole 'disobbedienza civile' si concludano lì, come fosse un concetto astratto immagazzinato, buono da tirar fuori per ogni retorica. Forse ci siamo scordati che, ancora negli anni '70, a quelle due parole ne seguivano altre due: 'disobbedienza civile alla legge'. Penso che se questa società non fosse malata di se stessa, le seguenti parole di Gandhi dovrebbero essere scritte o ripetute in ogni luogo di aggregazione umana: '...è necessario che tutti coloro che in un modo o nell’altro collaborano con il governo, pagando le tasse, detenendo delle cariche, mandando i loro figli alle scuole statali eccetera, rifiutino la loro collaborazione al governo completamente o quanto più è loro possibile. Si possono ideare anche altri metodi per non collaborare con il governo...'.
Voi pensate forse che in una qualsiasi istituzione scolastica -sedicente democratica in un Paese sedicente democratico- queste parole di Gandhi siano ben accolte? Sulla base della mia esperienza diretta dico di no. Sono stato accusato, etichettato come sovversivo. Secondo l'autorità scolastica non avrei mai dovuto dire quelle parole terribili ai bambini, perché quelle parole incitano a disobbedire alla legge. Disobbedire è diventato un crimine. Secondo l'autorità scolastica io avrei dovuto parlare soltanto della resistenza passiva, come se l'umanità non la stia già facendo egregiamente con la sua enorme pazienza, e anche molto passivamente, soprattutto in Italia. Avrei quindi dovuto dire ai fanciulli: guardate ragazzi, se ritenete sbagliato e lesivo dei vostri diritti qualsiasi ordine ricevuto, se ritenete che vi sia stato fatto un torto, voi sedete per terra, state buoni e aspettate pazientemente.
Invece quelle parole io le ho dette, ho fatto la mia disobbedienza, ho sovvertito l'ordine, ho reagito al divieto e alla morale comune, e non è detto che poi io mi sia seduto per terra, ma a quel punto avrei potuto farlo. Secondo me, non può esistere alcun tipo di resistenza senza una disobbedienza, senza una sovversione della norma imposta, altrimenti, come dicevo, la resistenza non ha alcun motivo di esistere, è solo masochismo, se non idiozia. Secondo questa sedicente 'società civile', poiché la disobbedienza agli ordini è un reato, un atto di inciviltà, la mia si configura senza dubbio come disobbedienza incivile, ma credo che non vi sia nulla di incivile nel salvaguardare la propria dignità, sempre che si voglia dare alle parole 'civile' e 'civiltà' un valore diverso da quello attuale, per cui l'obbedienza alle regole altrui sarebbe finalmente intesa come l'intende Charles Alexandre:
'Per noi, obbedire è cessare di vivere nel momento stesso in cui siamo sottomessi a una volontà esterna; è cessare di essere interamente noi stessi; è sminuirci in modo proporzionale a quanto più aumenta la potenza di colui che comanda. È ancora annichilirsi, farsi assorbire da una personalità estranea, essere una forza meccanica, un oggetto, una cosa passiva al servizio di un dominante'. (Scuola libertaria, blog 2014)
Il tempo della disobbedienza.
Se c’è un tema che merita di trovare spazio, oggi, nella scuola probabilmente è quello della disobbedienza. Almeno nella mia esperienza quest’anno è diventato un tormentone… Con i bambini della mia classe abbiamo cominciato con l’adozione della mucca Nutella, in una malga trentina, a seguito del nostro lavoro sulla montagna. È stato un seguito distensivo, un collegamento di scienze con il tema degli animali, dopo aver affrontato l’alluvione di Genova, il Vajont e le modifiche all’ambiente da parte dell’uomo. Le restituzioni dei bambini sono state di sentimenti forti, tanta la rabbia. Hanno cercato l’aiuto di Bruno Tognolini (poeta, sceneggiatore e scrittore per ragazzi, ndr) per identificare il loro tipo di rabbia. E l’hanno trovato: “Rime di rabbia” (Salani ed.).
È importante notare quanto, da bambini di otto anni, esca l’importanza di disobbedire. Non importa il denaro o l’andare contro a chi. I bambini con il denaro fanno poco. Dobbiamo davvero rassegnarci come insegnanti e genitori a “contenere” i nostri bambini nelle scuole, sotto programmi ministeriali serrati, incalzandoli nei tempi, privandoli di esperienze, seppur piccole, che li aiutino ad avere una mente critica autonoma? Quando la disobbedienza diventa virtù?
Già don Lorenzo Milani nel 1965 diceva che l’obbedienza non era più una virtù. Dove ci siamo persi? Cosa è accaduto alla nostra scuola? Leggendo siti scolastici di informazione (ad esempio Orizzontescuola), le circolari che girano per ogni plesso d’Italia o le riforme proposte dalla Buona Scuola ma non meno quelle degli ultimi anni, saltano agli occhi parole alle quali si attribuisce molta importanza: Valutazione (ripetuto un’infinità di volte… ho perso il conto), ” culpa in vigilando”, sicurezza, normative, test, allerta, Bes (acronimo di Bisogni Educativi Speciali), Dsa (Disturbi Specifici di Apprendimento), assistenti tecnici, sorveglianza, divieto, Invalsi…. potrei andare avanti ore.
L’insegnante vanta un unico diritto inviolabile: la libertà di insegnamento. Quando troveremo il coraggio nelle scuole di disobbedire? Quando torneremo a riappropriarci di termini umani? Quando ci rifiuteremo di valutare bambini con inutili test a crocetta, di rinchiuderli in sigle patologiche, di impedirgli di sbucciarsi il ginocchio alla scoperta del mondo? Quando torneranno i genitori a far parte di un mondo che i loro figli vivono per più ore che la propria casa? Quando ci rifiuteremo di ridurre la condivisione con loro ad un solo cenno in uscita per la consegna dei figli? Quando ci assumeremo la responsabilità di disobbedire a questa burocrazia senza freno? Quando torneremo a dare importanza alla parola, alle cose spiegate, raccontate, fatte proprie?
I bambini sperimentano, anche sbagliando. Litigano, sgomitano in cerca di indipendenza, del resto affrontano ogni giorno una convivenza forzata fra temperamenti differenti e bisogna dar loro il tempo e lo spazio per conoscersi ed accettarsi. Perché si reagisce spesso con l'”allontanamento”? Si allontanano dal giardino se c’è pericolo di graffiarsi contro un albero, si allontanano dal compagno se a mensa si danno i calci, si allontanano anche da obiettivi semplici basta non aver problemi. Si allontanano i genitori dall’interferire se li riteniamo problematici o limitati.
Tutta la vita diventa una corsa indispensabile che non deve trovare intoppi. Si è snaturalizzata la difficoltà, non deve esistere. Tutti allo stesso piano e chi non riesce diventa una sigla. La scuola come una grande azienda. Io credo che la parola abbia un’importanza insostituibile, ritengo che una spiegazione data con il cuore renda consapevole anche una pietra. Io vorrei bambini consapevoli, capaci di pensiero divergente, che non trovino nell’allontanamento la soluzione ai problemi, che sappiano essere parte di una cittadinanza attiva, che conoscano i loro diritti e li sappiano rivendicare, anche a costo di disobbedire. Personalmente insegnerò ai bambini e alle bambine delle mie classi che la disobbedienza è ancora una virtù. (Valentina Guastini, 2014)
Sono logoro di anni, e stanco.
Ma non posso escludere che esista vicino a me una spiaggia,
e una giornata piena di sole,
e una disobbedienza che mi farà balzare
come da giovane dalla mia poltrona di vecchio,
e mi farà correre verso quel mare, gioioso e accogliente,
anche se fosse l’ultima ora della mia vita.
Stefano Benni